{"id":86,"date":"2018-09-10T08:57:36","date_gmt":"2018-09-10T06:57:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.avvistamenti.it\/sonimage\/?p=86"},"modified":"2018-09-20T08:40:15","modified_gmt":"2018-09-20T06:40:15","slug":"19-settembre-12-ottobre-2018my-eye-my-enemy-alessandro-de-leo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.avvistamenti.it\/2018-sonimage\/19-settembre-12-ottobre-2018my-eye-my-enemy-alessandro-de-leo\/","title":{"rendered":"<span class=\"title-small\">19 Settembre\/12 ottobre 2018<\/span><br>My Eye, My Enemy &#8211; Alessandro De Leo"},"content":{"rendered":"<h3>19 settembre &#8211; 12 ottobre\u00a0 2018 | ore 18-21<\/h3>\n<h2><strong>My Eye, My Enemy<br \/>\nAlessandro De Leo<\/strong><\/h2>\n<p>visitabile fino al 12 ottobre 2018 (dal luned\u00ec al venerd\u00ec, ore 18 \u2013 21)<br \/>\n<strong>Palazzo Tupputi &#8211; Laboratorio Urbano<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\">&#8220;Quando ho cominciato a scattare queste fotografie non mi ponevo molte domande, cercavo questo tipo d&#8217;immagini per istinto. Ad un certo punto, per\u00f2, la risposta alla domanda che non mi ero mai posto (\u201cperch\u00e9 fotografo in questo modo la gente?\u201d) \u00e8 arrivata senza il mio consenso, sorprendendomi: l&#8217;obiettivo sar\u00e0 anche puntato verso il soggetto che ho davanti, ma non sto facendo altro che descrivere me stesso. Mi sono accorto improvvisamente che le immagini che realizzavo descrivevano il mio modo d&#8217;interagire con il prossimo: sfuggente, scostante, timoroso.<\/p>\n<p class=\"p1\">I rapporti interpersonali mi creano spesso disagio, facendo sorgere in me un&#8217;immediata voglia di fuga. Senza saperlo, quindi, ho finito per rappresentare in fotografia ci\u00f2 che vedo realmente delle persone: poco o nulla. Pi\u00f9 che una serie di ritratti, quindi, ritengo che questa serie di scatti rappresenti invece un autoritratto, ripetuto ossessivamente a prescindere dalla persona che fotografavo.&#8221;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"p1\"><strong><em>Alessandro De Leo<\/em><\/strong><\/p>\n<hr \/>\n<p>L\u2019idea della macchina fotografica come \u201cinconscio ottico\u201d, teorizzata da Benjamin e ripresa poi da un grande fotografo italiano come Franco Vaccari, potrebbe essere facilmente applicata a questa serie fotografica di Alessandro de Leo. Anche se, in questo caso, non ci troviamo solo di fronte a un dispositivo che, automaticamente, produce la sua immagine dell\u2019inconscio, a prescindere dall\u2019autore che scatta la foto. Anzi, l\u2019inconscio \u00e8 connaturato proprio della categoria ottico e connessa ai problemi della rappresentazione (del visibile, dell\u2019invisibile, del rappresentabile).<br \/>\nLe fotografie di de Leo \u2013 come sottolineato dal titolo della serie e da una sua dichiarazione \u2013 hanno piuttosto la funzione, riproducendo gli altri, di indagare se stesso, ovvero l\u2019inconscio del fotografo. All\u2019inconscio del dispositivo si affianca, insomma, quello dell\u2019artista (ma non \u00e8 sempre cos\u00ec, in fondo?) che, riflettendosi nei volti altrui, in realt\u00e0 realizza sempre una sorta di autoritratto nelle sue molteplici varianti.<\/p>\n<p>Il volto non pu\u00f2 che essere un\u2019entit\u00e0 sfuggente, eterea, deforme, che giunge fino all\u2019astrazione, dissolvendosi nel momento stesso in cui viene fissato dall\u2019occhio del fotografo. I volti umani diventano quasi animaleschi oltre che fantasmatici. Scie luminose che affiorano dal buio, facce schiacciate contro un vetro (idealmente l\u2019obiettivo stesso), congelate in una smorfia forse di dolore.<br \/>\nLa metamorfosi dinamica (o dinamizzata) che contraddistingue le figure, queste teste che sembrano replicarsi all\u2019infinito, ricorda per certi versi il fotodinamismo di Bragaglia. Ma se in quel caso i tempi lunghi di esposizione restituivano una successione di movimenti, in questo caso il flusso della figura diventa una massa compatta, scultorea pur nella leggerezza e virtualit\u00e0 della luce che si raggruma sulla superficie argentica. Qualcuno semmai potrebbe accostarli, pi\u00f9 agevolmente, alla pittura di un Bacon oppure a certi lavori di videoarte basati sulla deformazione elettronica. In ogni caso de Leo instaura con l\u2019immagine un corpo a corpo e il suo occhio diventa anche il suo nemico. La fotografia \u00e8 uno specchio, \u00e8 lo spazio circoscritto di un combattimento che certifica l\u2019impossibilit\u00e0 di riprodurre la vera anima delle persone e delle cose.<\/p>\n<p>Da questa idea di impotenza in fondo nasce l\u2019arte. La vocazione realista del dispositivo \u00e8 solo una fuorviante illusione. L\u2019occhio del fotografo \u2013 attraverso la macchina \u2013 crea l\u2019immagine di una realt\u00e0 che ci sfugge pur lasciando tracce, simili ma diverse l\u2019una dall\u2019altra. E in questo meccanismo di ripetizione e differenza si pu\u00f2 cogliere un altro aspetto delle fotografie di de Leo, istantanee che sembrano non aggiungere nulla all\u2019orizzonte del visibile, se non l\u2019ansia di una continua verifica nel rapporto tra Io e Altro, due entit\u00e0 che sembrano rincorrersi e fondersi insieme nei labirinti inestricabili dell\u2019inconscio. Esistenziale ed ottico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>Bruno Di Marino<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>19 settembre &#8211; 12 ottobre\u00a0 2018 | ore 18-21 My Eye, My Enemy Alessandro De Leo visitabile fino al 12 ottobre 2018 (dal luned\u00ec al venerd\u00ec, ore 18 \u2013 21) Palazzo Tupputi &#8211; Laboratorio Urbano &nbsp; &#8220;Quando ho cominciato a scattare queste fotografie non mi ponevo molte domande, cercavo questo tipo d&#8217;immagini per istinto. 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